L’affaire del Nazareno. Il processo a Gesù
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L’affaire del Nazareno. Il processo a Gesù

Un caro saluto e un augurio di Buona Pasqua. Ho deciso di curare quest’articolo per misurarmi con un divertente esercizio intellettuale. Il periodo pasquale abbraccia un fatto di diritto (o forse di assenza di diritto) che risale a quasi duemila anni fa.

Mi sono domandato se fosse possibile spiegare come sono avvenuti i fatti che descriveremo, da un punto di vista giuridico, ed eccoci qua! Il caso è di tutto rispetto: al di là della fama del personaggio che vi è coinvolto abbiamo due diritti (quello ebraico e quello romano) che si inter relazionano tra loro, testimoniaccuserimpalli di giurisdizione tra le autorità e un iter – arrestogiudiziocondanna ed esecuzione della sentenza –  avvenuto in circa tre giorni, dal martedì notte al venerdì.

Prima, il riassunto dei fatti. Gesù venne arrestato la notte del martedì dagli uomini del Sinedrio, la più alta autorità giudicante-sacerdotale ebraica, guidati dal discepolo traditore Giuda Iscariota. Nella stessa notte, anche se i vangeli non sono in perfetto accordo tra loro, avvenne un primo interrogatorio nella casa privata di Caifa, che effettuò egli stesso o forse l’ex sommo sacerdote Anna (suo suocero). Il giorno seguente si svolse il vero e proprio processo davanti al Sinedrio, con tutti i sacerdoti ebraici e sotto la guida di Caifa. Dopo aver deciso per la condanna a morteGesù venne inviato da Pilato (probabilmente perché all’epoca l’autorità romana era l’unica che poteva esercitare lo ius gladii, il diritto della spada e quindi delle pene capitali). Pilato, che era allora la più alta autorità nella provincia, non sembrava propenso per la condanna. Alcune versioni dicono che lo inviò anche ad Erode Antipa, sovrano fantoccio assoggettato ai romani, il quale mostrò disinteresse per la vicenda. La palla tornò dunque a Pilato che propose di scegliere chi graziare,  in osservanza della festività del periodo, tra il ribelle Barabba e Gesù. La folla gridò il fatidico “Barabba, Barabba!” che pose una pietra tombale sul caso. A questo punto si proseguì con la flagellazione e la crocifissione, il venerdì.

E come si suol dire, il resto è storia…

Ma andiamo ad analizzare un po’ d’incongruenze che avvennero all’epoca: il primo interrogatorio, ad esempio, svolto di notte in modo così informale. La Legge ebraica, infatti, prevedeva che ogni processo dovesse svolgersi al sole e sotto gli occhi di tutti, perché nulla doveva essere in ombra o nascosto. Qui ci troviamo invece nella casa di Caifa (capo del Sinedrio) e ad effettuare l’interrogatorio è l’anziano ex sommo sacerdote Anna, suocero di Caifa, che non dovrebbe avere più alcuna autorità (ma probabilmente esercitava ancora un certo ascendente e prestigio sugli altri sacerdoti). Durante l’ interrogatorio diverse persone testimonieranno, ma si trattava di testimonianze false o discordantiNon c’è una corte e Gesù viene maltrattato più volte. Alla fine gli viene estorta una confessione ed un’ammissione di commissione del reato di blasfemia.

Il secondo giorno ci si trova davanti al Sinedrio, ma anche qui si verificano le stesse incongruenze e forzature della notte precedente. In virtù dell’affermazione di Gesù di essere “Figlio di Dio”l’assemblea lo condanna a morte all’unanimitàPilato ed Erode sono un rimpallo “istituzionale”. Il primo non trova nulla contro l’accusato ed è propenso a liberarlo, ma davanti a lui emergono per la prima volta le pesanti accuse di tradimento e rivolta contro Roma. La scelta di Pilato di condurre Gesù davanti ad Erode riflette il suo tentativo di lasciar decidere la questione alle autorità locali, con la speranza che una figura laica incarni maggior moderazione rispetto ai sacerdoti ebraici. Purtroppo per il governatore romano, Erode desidera solo dei miracoli da Gesù e quindi, vedendolo zitto davanti a lui, lacero e pesto dopo due giorni non troppo leggeri, lo rispedisce indietro per mancanza d’interesse.

A questo punto Pilato propone il famoso scambio, che non ha nulla di ricollegabile agli istituti della grazia durante particolari celebrazioni (o si graziavano tutti, o nessuno) e infine, stufo, lascia tutto nelle mani del Sinedrio e della folla, che in ogni epoca si esalta nei linciaggi.

Sotto un profilo giuridico, all’epoca era necessario, per la legge ebraica come per quella romana, avere un difensore. In più non si poteva condannare sulla base di testimonianze contrastanti (ne servivano almeno due di conferma dei punti cardine dell’accusa, e non ve ne furono). In più l’accusato di reati capitali doveva essere sempre giudicato di giorno e in pubblico e non poteva essere in alcun modo oggetto, a maggior ragione davanti alla più alta autorità religiosa e giuridica della regione, di violenze e percosse, come invece avvenne.

Da ultimo, secondo la procedura ebraica del tempo, il verdetto doveva esser dato il giorno dopo la discussione del caso, in modo da dare ai giudici il tempo e la serenità per riflettere sulle conseguenze della loro decisione. Ancora, vediamo un Pilato che, nell’estremo tentativo di salvare il salvabile, dichiarando innocente Gesù, lo condanna comunque alla fustigazione (forse per accontentare un po’ la folla) per poi lasciarlo libero. Ma infine, in totale spregio a quanto affermato visto il vociare dei sacerdoti e del popolo (dimostrando forse anche un carattere debole) e al diritto stesso, punisce l’imputato due volte (fustigazione e crocifissione).

Insomma, quello che è avvenuto è in contraddizione con i principi di due sistemi giuridici molto avanzati e precisi e alimenta l’alone di congiura politica che identifica l’affaire del Nazareno, dove il diritto viene schiacciato dagli interessi, dalle paure e dall’inettitudine dei suoi attori.

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